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Se prendessi alla leggera il fatto di poter mettere giù due parole sui Karamazov sarei più pazza di tutti i suoi protagonisti. Ma cosa è la pazzia? Un modo di vedere la realtà o un malessere che non ce la fa vivere in modo consapevole?

E i Karamazov chi erano? Erano una famiglia i cui membri avevano mentalità molto diverse tra loro e a stento si capivano. Il padre non aveva cresciuto i suoi figli, le madri erano morte giovani, i figli educati da altre persone avevano sentimenti avversi al genitore.

Erano santi, dissipatori o violenti?

Chi è un genitore? Quello biologico o le persone che si sono prese cura di noi?

E il nostro DNA in che modo ci lega al genitore biologico?

I protagonisti sono tutti legati dalla passione con cui affrontano la vita: l’amore, il denaro, la conoscenza, il potere, l’onore ma potremmo continuare considerando altri sentimenti come l’invidia e la gelosia.

E’ un testo che ci parla di religione, di filosofia, di psicologia, di legge e ovviamente di Russia in bilico tra la vecchia cara sicura Russia della campagna e delle tradizioni e la nuova Russia dei figli. Per parlarvi di Dostoevskij ho riunito quanto trovato online che a mio parere riesce a dare una visione da me condivisa, quindi vi auguro buona lettura e tanta pazienza. Fëdor Dostoevskij appartiene a quel ristretto novero di autori che, oltreché scrittori, possono, anzi, devono essere considerati e definiti anche pensatori, e come tali inseriti non solo nelle storie della letteratura, ma anche nelle storie della filosofia. Esemplificando, in riferimento al nostro paese, rientrano in questa particolare categoria di scrittori-filosofi Dante e Leopardi, i quali, oltre a imporsi come i due più grandi, nel senso boiniano del termine, autori della storia della letteratura italiana, si impongono anche come i due più grandi pensatori della storia della filosofia italiana.

L’uomo si pone al centro della sua indagine:costituisce la base di partenza e il fulcro di ogni suo romanzo, di ogni suo racconto, di ogni suo articolo, di ogni sua lettera e di ogni suo appunto. Una vocazione antropologica che Dostoevskij scopre presto di possedere, come mostra chiaramente il passo dell’epistola indirizzata al fratello Michail e datata 16 agosto 1839, posta in epigrafe. Fëdor non ha compiuto neppure diciotto anni, è un giovane studente dell’Istituto superiore di ingegneria militare di Pietroburgo, dove si è trasferito da Mosca, ha perduto di recente l’iroso e scorbutico padre, linciato due mesi prima dai suoi stessi contadini, esasperati dalle sue prepotenze, eppure sente già affiorare dentro di sé quell’interesse per il mistero uomo che, d’ora in poi, lo accompagnerà per tutta la vita, costituendo il fondamento della sua letteratura allora in germe:

«Riesco abbastanza bene nello studio del “significato dell’uomo e della vita”; posso studiare i caratteri mediante la lettura degli scrittori in compagnia dei quali trascorro liberamente e gioiosamente la parte migliore della mia vita; non ti dirò più nulla su di me. Mi sento sicuro di me. L’uomo è un mistero. Un mistero che bisogna risolvere, e se trascorrerai tutta la vita cercando di risolverlo, non dire che hai perso tempo; io studio questo mistero perché voglio essere un uomo» 

E Dostoevskij, suo malgrado, dopo l’arresto a causa della frequentazione assidua del circolo fourierista di Petraševskij e l’esecuzione farsa che gli ispirerà pagine memorabili sulla pena di morte, avrà modo di studiare il mistero uomo anche nei suoi casi limite, nei quattro anni di lavori forzati passati nella siberiana fortezza di Omsk e rievocati nelle Memorie di una casa morta.

Come scrive Pacini, «per Dostoevskij l’uomo è […] un essere infinito in continua evoluzione» , il cui dramma si svolge entro due poli opposti, antitetici, Cristo e il sottosuolo. La figura luminosa di Cristo rappresenta naturalmente il polo positivo, costituendo il vero e proprio Credo di Dostoevskij, formulato in questi indimenticabili termini nella celebre lettera del gennaio-febbraio 1854 indirizzata a Natalija Dmitrievna Fonvizina, moglie del decabrista Fonvizin che aveva seguito nell’esilio in Siberia, e dalla quale lo scrittore aveva ricevuto in dono la copia del Vangelo conservata gelosamente fino alla morte:

«Questo Credo è molto semplice, e suona così: credere che non c’è nulla di più bello, di più profondo, più simpatico, più ragionevole, più virile e più perfetto di Cristo; anzi non soltanto non c’è, ma addirittura, con geloso amore, mi dico che non ci può essere. Non solo, ma arrivo a dire che se qualcuno mi dimostrasse che Cristo è fuori della verità e se fosse effettivamente vero che la verità non è in Cristo, ebbene io preferirei restare con Cristo piuttosto che con la verità» 

Cristo rappresenta così il supremo ideale verso cui l’uomo tende e deve tendere, come Dostoevskij scrive in un altro passo fondamentale in relazione alla sua visione del mondo e della vita, tratto dai Pensieri sulla morte e sull’immortalità, una serie di appunti presi durante la veglia del cadavere della sua prima moglie, Marija Dmitr’evna (Maša), il 16 aprile 1864:

«Maša distesa sulla tavola. La rivedrò io mai? Amare l’uomo come se stessi, secondo il comandamento di Cristo, non è possibile. Sulla terra la legge della personalità è d’impaccio. L’io è di ostacolo. Cristo soltanto poteva farlo, ma Cristo era l’ideale eterno sin dall’inizio dei tempi, quell’ideale a cui l’uomo tende, e deve tendere, per legge di natura. Tuttavia, dopo la comparsa di Cristo come ideale dell’uomo incarnato, è diventato chiaro come il giorno che l’evoluzione ultima e suprema della personalità individuale (e questo proprio al culmine dell’evoluzione, anzi nel momento stesso in cui il fine dell’evoluzione sarà raggiunto) in cui l’uomo riconosca, si renda conto e si convinca con tutta la forza della sua natura che l’impiego più alto che egli possa fare della sua individualità, nel momento in cui il suo io abbia raggiunto la pienezza dello sviluppo, consiste nel distruggere questo stesso io, nel donarlo interamente a tutti e a ciascuno indivisibilmente e senza riserve. E in ciò consiste la felicità più sublime… E appunto questo è il paradiso di Cristo. […] Ma, almeno secondo la mia facoltà di giudizio, sarebbe assolutamente insensato raggiungere uno scopo così alto se, al momento del raggiungimento di tale fine, tutto dovesse spegnersi e scomparire, e cioè se non ci fosse più vita per l’uomo dopo averlo raggiunto. Ne consegue che esiste una vita futura, il paradiso».

Ora, rappresentando il polo positivo del pensiero dostoevskiano, è chiaro che l’ideale di Cristo trovi ampio spazio all’interno della produzione letteraria dello scrittore russo, non potrebbe essere altrimenti. Di esso si trovano tracce in più o meno tutti i romanzi e i racconti, ma c’è un’opera in particolare di Dostoevskij che sulla rappresentazione artistica di questo ideale si fonda.

Lo sfortunato principe Myškin e altri due personaggi di Dostoevskij gravitano stabilmente attorno al luminosissimo astro raffigurato da Cristo. Sonja, la prostituta sfiorata dalla santità che illustra Delitto e castigo e il cammino tortuoso di Raskol’nikov verso la redenzione, o meglio, verso una vera e propria resurrezione, tra i più grandi personaggi femminili dell’intera storia della letteratura, d’ogni tempo e luogo, e lo starec Zosima, il mentore di Alëša Karamazov, contrapposto, nell’ultimo e più grande capolavoro dostoevskiano, al nichilista ateo Ivan. Ecco come ne parla Dostoevskij stesso nella lettera del 24 agosto 1879 a Konstantin Petrovič Pobedonoscev:

«La Sua opinione su quanto finora ha letto dei Karamazov è per me molto lusinghiera (a proposito della forza e dell’energia di quanto ho scritto), ma Lei qui pone una questione assolutamente inevitabile: il fatto che non c’è ancora una risposta a tutte le tesi atee qui esposte, e che bisogna assolutamente darla. È proprio questo il punto, e appunto in questo sta tutta la mia attuale preoccupazione e trepidazione. Infatti io ho previsto che la risposta a tutta questa parte negativa la si troverà nella sesta parte, “Un monaco russo”, […]. Pertanto la mia trepidazione è originata dal dubbio se tale risposta sarà sufficiente. Tanto più che non si tratta di una risposta diretta e puntuale alle tesi esposte in precedenza (nel Grande Inquisitore e anche prima), bensì soltanto indiretta. Qui viene rappresentato qualcosa di nettamente opposto alla concezione del mondo esposta in precedenza, ma, lo ripeto, non si tratta di una contrapposizione punto per punto, bensì, per così dire, di un’immagine artistica. Ed è appunto questo che mi preoccupa: sarò comprensibile e raggiungerò almeno in minima parte il mio scopo? Per giunta vi sono delle esigenze specificamente artistiche: era necessario rappresentare una figura modesta e maestosa, mentre in realtà la vita è piena di aspetti comici ed è maestosa soltanto nel suo senso interiore, cosicché, volente o nolente, per esigenze artistiche mi sono visto costretto a toccare anche gli aspetti più volgari della vita del mio monaco per non nuocere al realismo artistico. D’altronde vi sono certi insegnamenti del monaco che faranno gridare a tutti che sono assurdi perché sono troppo elevati. Naturalmente sono assurdi per il senso comune, ma mi sembra che siano giusti secondo un senso diverso, interiore. In ogni caso sono molto inquieto e desidererei molto conoscere la Sua opinione perché la rispetto e l’apprezzo altamente. Ho scritto con grande amore» .

Prima di concludere il discorso relativo a questo polo positivo del pensiero dostoevskiano, è necessario fare riferimento ad una concezione fondamentale all’interno della prospettiva filosofica dello scrittore, il cosiddetto messianismo russo. Molto succintamente, secondo Dostoevskij il popolo russo rappresenta l’unico, vero custode del cristianesimo, opposto al cattolicesimo romano, che sul sistematico e scientifico traviamento del messaggio di Cristo ha fondato la propria chiesa e il proprio stato, al protestantesimo, all’ebraismo e all’islamismo, confessioni contro le quali lo scrittore si scaglia con veemenza.

Dostoevskij nutre una fiducia incondizionata, totale nei confronti del proprio popolo, fiducia che lo porta, ad esempio, a battersi con convinzione per l’assoluta libertà di stampa, certo che il popolo russo, portatore dell’autentico e puro messaggio cristiano, sappia sempre distinguere tra bene e male. Per Dostoevskij scindere principio nazionale e fede non è possibile, si tratta di concetti indissolubilmente legati e chi nega l’uno nega automaticamente l’altro, come spiega in  una lettera del dicembre 1880, pochi mesi prima della morte, al medico Aleksandr Fëdorovič Blagonravov:

«Lei ha perfettamente ragione di concludere che io scorgo la causa del male nella miscredenza e penso che chi nega il principio nazionale nega anche la fede. E da noi è proprio così, giacché tutto il nostro carattere nazionale è fondato sul cristianesimo. Le parole contadino e Russia ortodossa costituiscono i nostri fondamenti essenziali e primari. Da noi un russo che rinnega il principio nazionale (e ce ne sono molti) è immancabilmente ateo o indifferente. E viceversa: qualsiasi miscredente o indifferente non è assolutamente in grado di comprendere né il popolo russo né il principio nazionale russo. Il problema più importante oggi è questo: come fare per costringere la nostra intelligencija a convenire su questo? Si provi a dire una parola su questo: o la divoreranno o la considereranno un traditore. Ma traditore nei confronti di chi? Nei loro confronti, e cioè nei confronti di qualcosa che sta tra le nuvole e per il quale è perfino difficile trovare un nome, giacché essi stessi non sono in grado di trovare un nome con cui chiamarsi. O forse traditore nei confronti del popolo? No, questo no, allora preferisco restare con il popolo, giacché soltanto da esso ci si può aspettare qualcosa, e non certo dall’intelligencija russa, che nega il popolo e non è neppure intelligente».

Dostoevskij è uno scrittore limpido, che non lascia spazio a interpretazioni. È tutto chiaro leggendo le sue parole, non le si può fraintendere, a meno che non le si voglia fraintendere, deliberatamente. Dostoevskij è un fenomeno naturale ancor prima che intellettuale, è prepotente e immediato come una nevicata copiosa, come la pioggia battente o come l’afa estiva, e se a questa considerazione si somma l’importanza filosofica conferita a Cristo e al cristianesimo, allora si può accettare di buon grado, seppur rielaborandola in chiave metaforica, la definizione di «naturalismo cristiano» ideata da Zen’kovskij  in relazione al pensiero del grande, anzi, dell’enorme scrittore russo.

Passiamo ora ad analizzare il polo opposto, negativo, il sottosuolo, il demonio,l'anticristo. Se l’ideale di Cristo prevede una totale vaporizzazione, dissoluzione dell’io in direzione di un’assoluta apertura all’altro, l’abitante del sottosuolo si caratterizza, al contrario, per una dannosa concentrazione dell’io, per un’autoreferenzialità che corrisponde perfettamente a quella filosofia dell’egoismo teorizzata da Max Stirner nell’Unico e la sua proprietà . Il personaggio dostoevskiano che meglio di ogni altro incarna questa nefasta ideologia radicalmente individualistica, è senza dubbio l’uomo-topo protagonista delle Memorie dal sottosuolo , e non potrebbe essere altrimenti, trattandosi appunto del protagonista, nonché del narratore in prima persona, dell’opera che il sottosuolo lo porta nel titolo, come emerge soprattutto dal suo rapporto con la povera prostituta Liza, sorella minore della Sonja di Delitto e castigo, e, in un certo senso, creazione propedeutica ad essa. Ma all’interno di questo polo negativo è possibile distinguere una sua estremizzazione, una sorta di sottosuolo del sottosuolo, rappresentato dal nichilismo ateo e anarchico, la vera e propria forza oscura opposta a quella luminosissima incarnata in Cristo.

Dostoevskij crea figure di nichilisti memorabili, indimenticabili; nichilisti spontanei, definiamoli così, come Svidrigajlov, sinistro personaggio di Delitto e castigo, e soprattutto come Stavrogin, l’inquietante e malvagio centro, vero e proprio funesto demiurgo dei Demòni , che si rendono entrambi protagonisti di abusi sessuali nei confronti di bambine fatte a pezzi dal rimorso e dalla vergogna, e che, come i loro aguzzini, ricorrono al suicidio per porre fine ai loro insostenibili tormenti, e nichilisti intellettuali, come l’ingegnere Kirillov, altro demòne, creatore di una delle vette del pensiero negativo umano, filosofo del suicidio e della singolare teoria dell’Uomo-Dio , e Ivan Karamazov, ideatore di un testo, il poema Il Grande Inquisitore , che si impone come uno dei massimi vertici, difficilmente, quasi impossibilmente eguagliabili, non solo della produzione dostoevskiana, ma dell’intera produzione filosofico-letteraria universale; Ivan che, con la sua teoria del tutto è permesso in assenza di Dio, arma il braccio di Smerdjakov, finendo però per sprofondare nella follia, follia che gli impedisce di ricorrere a quella soluzione estrema che accomuna tutti i nichilisti di Dostoevskij, come mostrato in questa breve rassegna, il suicidio. Attraverso questi personaggi radicalmente negativi, e soprattutto attraverso l’ultimo di essi, Ivan Karamazov, come sottolinea Auerbach, Dostoevskij apre la via a quella crisi dell’individuo che dilagherà nella cultura occidentale tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. Dostoevskij rivoluziona l’intera storia della letteratura – e anche della filosofia, oserei dire, considerando soprattutto l’influenza esercitata su Nietzsche -, che, dopo di lui, non sarà più la stessa .

A questo polo negativo, soprattutto nella sua accezione estremistica, il sottosuolo del sottosuolo come l’ho definito, corrisponde una precisa ideologia politica, contro la quale Dostoevskij non perde occasione di scagliarsi, con la consueta bellicosità, ogni volta che ne ha la possibilità, pur avendone subito in giovinezza il fascino: il socialismo. In esso lo scrittore russo vede l’anticristo, trattandosi di un’ideologia per definizione atea, in quanto fondata sull’idea di libertà dell’uomo dalla trascendenza, dalla dimensione divina, al contrario essenziale per Dostoevskij, necessaria, unica salvezza per l’umanità. Il socialismo non libera l’uomo, ma lo riduce alla sua mera portata materiale, riducendolo di fatto a un numero, una sorta di unità individuale finita, dunque facilmente calcolabile e manipolabile. Da ciò ne deriverebbe una società dominata dalla sanguinosa e spietata lotta di tutti contro tutti . Ora, individuando nel popolo russo l’unico, vero custode e portatore dell’autentico messaggio cristiano, è naturale che esso, nella prospettiva dostoevskiana, si imponga come il nemico principale del socialismo, di questa malattia mortale che, secondo lo scrittore, già allora aveva contagiato gran parte dell’Europa. E nella produzione di Dostoevskij c’è un personaggio in particolare che incarna il seguace del socialismo, peraltro radicalizzandone, come se non bastasse, il credo, approdando al dispotismo illimitato. Il suo nome è Šigalëv, lo troviamo nei Demòni – e dove sennò? – e si afferma come uno dei personaggi più sinistri e conturbanti mai creati da Dostoevskij.

Dunque, riassumendo, sulla sommità della propria concezione filosofica, sempre a partire dall’uomo, Dostoevskij colloca Cristo, all’opposto, in basso, il sottosuolo e, ancora più in basso, il sottosuolo del sottosuolo, l’anarco-nichilismo ateo. In questo inferno restano intrappolati tutti i demòni, e l’unico personaggio di questo romanzo, certamente il più nero di Dostoevskij, dunque tra i più neri dell’intera storia della letteratura, sulla via della redenzione, lo studente Šatov, viene abbattuto, ucciso dalla cinquina guidata da Pëtr Stepanovič Verchovenskij, e resta intrappolato Ivan Karamazov. Ma, come abbiamo visto in apertura dell’articolo, l’uomo è per Dostoevskij «un essere infinito in continua evoluzione», così può accadere che dal basso si risalga verso l’alto, dal sottosuolo ci si elevi a Cristo, ed è ciò che accade a Raskol’nikov, il quale, intrappolato nell’inferno delle sue assurde teorie superomistiche, individuali ed atee, grazie a Sonja, come Lazzaro riesce a risorgere, per non morire mai più. Ma tra i personaggi dostoevskiani ce n’è anche uno che tra l’alto e il basso oscilla, attratto dall’uno e dall’altro polo, ed è Alëša Karamazov, che fluttua tra lo starec Zosima e suo fratello Ivan. Al termine dei Fratelli Karamazov troviamo il giovane ancora in una fase di divenire, ma sappiamo che nelle intenzioni di Dostoevskij, rimaste tali a causa della sua improvvisa morte, Alëša sarebbe stato risucchiato dal basso, facendosi terrorista e attentando persino alla vita dello zar. A conferma della difficoltà di elevarsi fino all’ideale supremo di Cristo. Dostoevskij, pur animato da una fede profonda e invincibile, non cede mai alla tentazione della facilità, conosce troppo bene la vita e l’uomo per farlo, e anche quando permette ad un suo personaggio di risalire dal fondo, di risorgere e di elevarsi, come accade a Raskol’nikov, beh, questo deve essersi macchiato prima di un duplice omicidio.

La grandezza di Dostoevskij sta nell’essere uno scrittore e un pensatore completo, che ha in sé, che porta dentro di sé tesi e antitesi, polo positivo e polo negativo, e a quest’ultimo ha il coraggio di dare voce, ben consapevole dell’enorme rischio che corre, che il male finisca per affascinare il lettore più del bene, il sottosuolo più di Cristo, come quando, in terra straniera, lontano migliaia di chilometri da casa, puntava alla roulette l’ultimo gulden che gli era rimasto in tasca.

Molti sono gli studi su Dostoevskij, vi consiglio in particolare:

Perché non possiamo essere atei di Francesco Agnoli ed. Piemme 2009

Etica e cristianesimo nel pensiero di Dostoevskij di Anna Mola

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