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Inizio col dire che non sono in grado di parlare approfonditamente di questo saggio filosofico-sociale; pertanto condivido soltanto qualche spunto di riflessione, sperando possa incuriosire chi possiede competenze maggiori delle mie.

Il testo è sostanzialmente una critica al metodo elaborato da Marx per affrancare la forza lavoro dal capitalismo. Weil ritiene insufficiente l'analisi marxiana dei meccanismi del potere e dell'oppressione, perché la considera troppo centrata sui rapporti economici e non abbastanza sulle strutture organizzative e burocratiche che tendono a riprodurre il dominio anche dopo una rivoluzione.

Simone Weil parte da una domanda fondamentale: che cosa ha realmente apportato il progresso tecnico-scientifico alla società?

Che cosa intendiamo, poi, per rivoluzione? Si rischia di combattere contro un potere per sostituirlo semplicemente con un altro. Da questa lettura mi sembra di intuire che una forma di organizzazione priva di rapporti di dominio sarebbe l'ideale, ma appare difficile immaginare un modello concreto e stabile che possa realizzarla.

Marx ha condotto un'analisi economica di straordinaria profondità, ma non aveva previsto che, eliminato il capitalista, lo Stato sovietico avrebbe finito per sostituirsi ad esso come nuova forma di potere.

Siamo sicuri che il progresso ci abbia davvero aiutati? Oppure, come spesso sperimentiamo, ha creato nuovi bisogni e nuove dipendenze?

In origine era la Natura a opprimere l'uomo; grazie alle conoscenze tecniche egli ha imparato a modellare l'ambiente a proprio vantaggio. Ma alla forza della Natura si è progressivamente sostituita quella dell'uomo o di coloro che detengono un privilegio, sia esso economico, politico o religioso. Ogni privilegio diventa potere e il potere, a sua volta, genera la necessità di conservarsi. Chi domina è costretto a lottare continuamente per mantenere la propria posizione, alimentando così un circolo vizioso.

Finché esisteranno bisogni da soddisfare, sarà necessario produrre e quindi organizzare il lavoro. Se eliminassimo la produzione del superfluo, l'unica alternativa sembrerebbe il ritorno a una piccola economia autosufficiente, fondata su scambi equi tra individui. Ma anche questa appare un'utopia, perché ben presto emergerebbe una nuova forma di organizzazione e, con essa, nuovi rapporti di potere.

Ogni forza rivoluzionaria, inoltre, nasceva da un gruppo sociale già in ascesa all'interno della società che intendeva superare: la borghesia contro la monarchia francese nel Settecento; borghesi, lavoratori e contadini contro la nobiltà russa all'inizio del Novecento.

Nonostante il progresso, l'uomo ha semplicemente trasferito dalla Natura alla società quella forza che continua a mantenerlo in una condizione di subordinazione.

L'unica cosa di cui l'individuo possiede un controllo autentico è il proprio pensiero, mentre la massa non sviluppa mai un pensiero realmente unitario.

Per il resto, lavoro e potere continuano a generare rapporti di oppressione reciproca. Lavorare non equivale a risolvere un problema matematico con il solo pensiero: il lavoro implica sempre coordinamento, controllo e dovere.

La società ideale immaginata da Weil sarebbe una comunità nella quale ogni individuo mantiene il controllo sul proprio operato e sul suo rapporto con la collettività. Un'età dell'oro fondata sul bene comune. Un'altra utopia.

Produzione, moneta e burocrazia plasmano inevitabilmente l'individuo e la società. Il periodo storico, la forma mentis e lo sviluppo economico contribuiscono ogni volta in modo diverso alla vita collettiva. Pensare di poter superare tutte queste variabili attraverso un unico modello valido per ogni epoca significherebbe presupporre un solo modo di vivere e di pensare, perfettamente in sintonia con lo Spirito del tempo.

, Simone Weil, filosofia, sociologia, politica

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