Una famiglia, una città, un destino: Le quattro ragazze Wieselberger di Fausta Cialente
Nel romanzo Le quattro ragazze Wieselberger (1976), Fausta Cialente costruisce una grande storia familiare, la sua, che attraversa epoche, luoghi e identità culturali diverse. È un libro che nasce dalla memoria e dalla riflessione storica, ma che si apre anche a temi sorprendentemente moderni: il ruolo delle donne, il peso delle radici culturali e la ricerca, spesso difficile, di un posto nel mondo.
Una famiglia nella Trieste dell’Ottocento
La storia comincia nel 1872 a Trieste, allora parte dell’Impero austro-ungarico. In quell’anno nasce Elsa, quarta figlia della famiglia Wieselberger, preceduta da Alice, Alba e Adele.
A differenza delle sorelle, il suo nome non segue la tradizione familiare dell’iniziale A: il padre, stimato musicista triestino e grande ammiratore di Richard Wagner, decide di chiamarla Elsa, come la protagonista dell’opera Lohengrin.
Le ragazze crescono in un ambiente colto e privilegiato, dove la musica e la cultura occupano un posto centrale. La casa dei Wieselberger ospita prove d’orchestra, lezioni e incontri con musicisti di talento. Anche la villa di campagna diventa un luogo di studio e formazione.
Tra le quattro sorelle, Elsa si distingue presto per il suo talento musicale: pianista e cantante promettente, si trasferisce a studiare a Bologna, entrando così in contatto con l’Italia che molti triestini sentono come patria ideale.
Identità e irredentismo nella Trieste austroungarica
Il romanzo si sviluppa sullo sfondo della complessa realtà triestina di fine Ottocento, una città in cui lingue, culture e identità convivono e si mescolano.
Tra molti abitanti italiani si diffonde il sentimento irredentista e il desiderio di annessione all’Italia.
La famiglia Wieselberger, probabilmente frutto della mescolanza etnica tipica della città, si riconosce sempre più nella comunità italiana. Anche i matrimoni delle figlie rafforzano questo legame: la primogenita sposa un ebreo italiano, mentre Elsa si unisce a un ufficiale del Regno d’Italia.
Queste scelte sembrano segnare il percorso verso quella patria sognata da molti triestini dell’epoca.
Arte, musica e vocazione
La storia della famiglia Wieselberger dimostra quanto un ambiente culturale ricco possa influenzare profondamente le vite delle generazioni successive.
La musica e l’arte sono il centro della loro educazione e diventano, per molti di loro, una vera vocazione. Elsa trova nella musica il proprio talento e intraprende una carriera di cantante, destinata però a interrompersi con il matrimonio.
Anche gli altri membri della famiglia cercano la propria strada artistica: Renato riesce a trasformare le fantasie teatrali dell’infanzia in una carriera da attore, mentre il cugino Fabio scopre la sua vocazione musicale e si unisce a una compagnia che lavora tra Europa e America.
La stessa Fausta Cialente troverà nella scrittura e non solo, il proprio spazio espressivo.
Quando con il marito si trasferisce ad Alessandria d'Egitto e poi al Cairo, dove vivrà fino al 1947, rimanendo lontana dall'Italia, si apre al pensiero socialista e antirazzista, diviene una scrittrice, ma anche un'attivista contro i regimi autoritari. La loro grande casa alessandrina è spesso rifugio o transito di fuggiaschi o di portatori di idee che vengono divulgate con vari mezzi, tra i quali una radio: collaborando alle trasmissioni di Radio Cairo, conduce un famoso programma di propaganda.
La ricerca di un posto nel mondo
Una delle domande più profonde del romanzo riguarda il destino individuale: chi riesce davvero a trovare il proprio posto nel mondo?
Elsa sembra trovarlo nella musica, ma il matrimonio pone fine alla sua carriera artistica.
Alfredo Cialente, ufficiale dell’esercito, avrebbe desiderato diventare marinaio e finirà per ritirarsi precocemente dalla carriera militare.
Altri membri della famiglia, invece, riescono a realizzare le proprie aspirazioni artistiche. In tutti loro rimane comunque forte il ricordo della Trieste dell’infanzia e della villa del nonno, luoghi che hanno alimentato la loro immaginazione e il loro amore per la cultura.
Un romanzo che anticipa il femminismo moderno
Letto oggi, Le quattro ragazze Wieselberger appare anche come un testo sorprendentemente moderno.
Cialente riflette sul rapporto tra talento e ruoli sociali, sulle rinunce imposte alle donne e sul desiderio di autonomia personale. Le vite delle protagoniste mostrano quanto sia difficile conciliare aspirazioni artistiche, aspettative familiari e libertà individuale.
La scena finale suggerisce una possibile riconciliazione: la protagonista si trova al centro, con alle spalle la madre Wieselberger e il patrimonio culturale della famiglia, mentre davanti a lei ci sono la figlia Lily e le nipoti, simbolo del futuro e di una discendenza che può continuare con maggiore consapevolezza.
Una storia familiare che diventa storia europea
Leggere Le quattro ragazze Wieselberger significa attraversare una storia familiare che è anche una storia europea: Trieste, il Mediterraneo, le guerre, le migrazioni e le trasformazioni culturali del Novecento.
Ma soprattutto significa incontrare donne che cercano di costruire la propria identità tra aspettative sociali e desiderio di libertà.
Forse è proprio questo il cuore del romanzo di Fausta Cialente: la domanda, sempre attuale, su come si trovi davvero il proprio posto nel mondo — e sulla possibilità che la cultura, la memoria e l’arte siano gli strumenti più solidi per riuscirci.
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